Tre consiglieri del Consiglio di amministrazione chiedono di deporre «cavilli e carte bollate». Ma sono amministratori di un ente che non paga ciò che deve e tassa un’acqua che non misura.

La responsabilità, prima ancora che politica, è la loro.

I consiglieri Di Mascio, Fattore e Ferrante ci invitano alla «collaborazione» e a deporre «cavilli legali e carte bollate». Lo fanno con il tono di chi osserva la vicenda dall’esterno e richiama tutti alla calma. Ma un dettaglio va ricordato, perché cambia ogni cosa: loro non osservano dall’esterno. Sono amministratori. Siedono nel Consiglio di amministrazione del Consorzio. Firmano, deliberano, rispondono.

E la misura di un amministratore non è la capacità di invocare la concordia: è la capacità di rendere conto.

Rendere conto di che cosa?

Di un ente che si regge su un doppio standard tanto semplice quanto insostenibile. Un ente che pretende dai cittadini il pagamento dei tributi fino all’ultimo centesimo, e che minaccia conseguenze per il «mancato pagamento» delle contribuenze, mentre esso stesso non è in regola con i propri pagamenti.

Un ente che tassa il beneficio irriguo — l’acqua — e che quell’acqua non la misura.

Partiamo dal primo punto. Il Consorzio non ha versato 3,7 milioni di euro al proprio fornitore di energia elettrica. Sono gli stessi amministratori che oggi ricordano ai consorziati il dovere di pagare. C’è qualcosa di grottesco in un ente che fa la morale sulle contribuenze e non salda i propri debiti; e c’è qualcosa che chiama in causa direttamente chi lo amministra, perché un debito di quella dimensione non cade dal cielo: è il prodotto di scelte di gestione approvate da un Consiglio di amministrazione.

Di quel Consiglio, Di Mascio, Fattore e Ferrante fanno parte.

Un amministratore che chiede al cittadino di pagare, mentre l’ente che amministra non paga ciò che deve, ha un problema che non si risolve invocando la collaborazione. Si chiama responsabilità.

Veniamo al secondo punto, ancora più grave sul piano della responsabilità. La contribuenza è irrigua: la sua legittimità nasce dal beneficio dell’acqua resa disponibile. Ebbene, il Consorzio non misura l’acqua che eroga. Non la misura. Pretende dal cittadino una contribuzione esatta su un servizio di cui — perché rinuncia a rilevarla — non conosce la quantità.

È l’esatto rovescio di ciò che si chiede al contribuente: a lui si impone la precisione al centesimo; a se stesso l’ente concede la presunzione.

Un tributo su un servizio che non si misura non è un tributo commisurato al beneficio: è una ripartizione presunta e arbitraria, travestita da accertamento. E anche questo — il metodo con cui si tassa senza misurare — è una scelta che porta la firma degli amministratori.

A ciò si aggiunge che gli usi plurimi della stessa infrastruttura non vengono sottoposti a contribuzione: il costo di benefici che spettano ad altri viene scaricato anche sugli agricoltori. Anche questa è una decisione di ripartizione, non un evento naturale. E le decisioni hanno un autore.

È qui che l’appello alla «collaborazione» mostra il suo vero volto. Un amministratore, di fronte a questi fatti, ha un dovere preciso: rispondere. A maggior ragione un consigliere di nomina regionale; a maggior ragione ancora un consigliere che siede tra i banchi dell’opposizione, la cui funzione è per definizione il controllo.

Avevano davanti almeno sei fatti sui quali un amministratore è tenuto a dare conto: i 3,7 milioni non versati al fornitore di energia; l’aumento del 44% del 2023-2024 imposto in nome dei costi energetici e poi non tradotto nel pagamento di quei costi; l’energia addebitata anche da ottobre ad aprile, quando l’acqua non c’è; l’acqua non misurata; gli usi plurimi non tassati; il rilievo della Corte dei Conti del 16 luglio 2026, secondo cui la Regione non è il finanziatore atteso, ma creditrice del Consorzio.

Su nessuno di questi sei fatti hanno speso una parola. Su tutti e sei ci hanno chiesto di collaborare e di tacere.

Ed a proposito di collaborazione, forse i consiglieri dimenticano che solo qualche mese fa, su sollecitazione del Presidente Trovarelli, finalmente siamo stati ricevuti dal Consiglio. Abbiamo consegnato loro un documento tecnico molto preciso; il Consorzio ha anche speso soldi per un avvocato per capire di che si trattava. E dopo?

Il nulla cosmico.

Diciamolo con nettezza, perché è il cuore della questione. La responsabilità di un ente pubblico non è un’entità astratta: ha nomi e cognomi, ed è quella di chi lo amministra. Gli amministratori pubblici rispondono del proprio operato, e ne rispondono anche davanti alla Corte dei Conti.

Continuare ad approvare atti che il giudice annulla — cinque anni di delibere dichiarate nulle — non è, per chi li approva, un accidente neutro.

Presiedere a un ente che tassa senza misurare e non onora i propri debiti non è una circostanza da cui ci si possa chiamare fuori invocando la concordia.

E chiedere che il controllo taccia non attenua quella responsabilità: la aggrava. Perché a un amministratore si chiede di esercitare il controllo, non di domandarne il silenzio.

I tre consiglieri ci sfidano a «venire allo scoperto». Ci siamo, da anni, con nomi, numeri e sentenze. Ora tocca a loro, e non come commentatori: come amministratori.

Rispondano dei 3,7 milioni. Rispondano dell’acqua che non misurano. Rispondano del piano che chiede 5,4 milioni proprio a chi, del Consorzio, è creditore. Perché su ciascuno di questi punti la responsabilità non è del comitato che le domande le pone. È di chi, avendo il dovere di rispondere, ha scelto il silenzio.